L'ORA BLU

testo di Francesca D'Aria

 

L’ora blu è un limbo, è l’ora che separa il buio dalla luce, il tempo della luna da quello del sole. In questi brevi frangenti di passaggio crepuscolare prende vita un’estensione statica e vaga nella quale principia o termina un nuovo giorno. Nell’ora blu si rivelano mondi intangibili che germogliano fuori dallo spazio-tempo terrestre, un luogo che si fa protezione e svelamento.

 

In questo confine irrisolto si possono collocare le opere esposte, nate da tre universi molto distanti eppure ancorate ad un presagio enigmatico: le ricerche dei tre artisti, infatti, restituiscono un senso di mistero condiviso, il quale si traduce in una mancata riconoscibilità delle figure dipinte, personaggi dalla forte matrice bidimensionale costruiti da decise pennellate dense di colore non mimetico e viscerale, degli ambienti privi di punti di riferimento nei quali si perde la profondità dello spazio misurabile, tanto da osservare un’osmosi tra figura e contesto, reso in un paesaggio onnipresente e orgoglioso. Questi tre percorsi paralleli presentano un rilevante annichilimento della forma, lasciando che i confini dei soggetti e degli oggetti, che partecipano alla superfice del quadro, assumano sembianze astratte e lascino la solidità liquefarsi negli ambienti.  Questa ora blu è una realtà alterata che chiama a sé e respinge allo stesso tempo, nelle scene intrise di atmosfere visionarie si consuma la sublime caducità del tempo e l’infinito scontro tra mondo umano e natura che si compie in una forma di magia in attesa. Sullo sfondo si leggono i generi del ritratto e del paesaggio, permeati da una cultura Cinque-Seicentesca europea che trova un rinnovato profilo nella contemporaneità.

 

I ritratti di De Angelis si presentano come documenti di riconoscimento sbiaditi, i soggetti a mezzo busto o a figura intera sono intermediari immobili, figure ieratiche, tra il mondo dell’osservatore e una realtà altra illeggibile, a volte si tratta di uno sfondo decontestualizzato, altre di una natura avvolgente, arrogante e in potenza. Sostengono con chi guarda una dialogo silenzioso e si stagliano al centro del quadro come ritratti d’epoca sfuocati, sono volti-maschera che perdono le caratteristiche fisiognomiche ed il corpo manca di volume e si scioglie quasi nell’atmosfera in un uso piatto ed antinaturalistico delle cromie. I soggetti appaiono confusi, sagome inermi nel nulla di uno spazio monocromo o silhouette che si confondono in un paesaggio indeterminato. Imbrigliati in un attesa silenziosa, questi uomini sembrano sapere che qualcosa sta per accadere, che qualcosa deve succedere, e che sarà all’improvviso, sarà senza avvisare. E invece no. Tutto all’interno della scena rimane immobile, l’atmosfera è spessa. Così come i paesaggi, spesso foreste dai toni cupi, colme di vegetazione non accessibile a chi guarda, folte boscaglie fitte e impenetrabili, realizzate con pennellate materiche e tangibili.

 

Pippa Gatty stravolge la realtà e la sostituisce con luoghi di una fiaba mistica, una poetica del mondo naturale che germoglia creando movimenti caotici e vortici ambientali. Le creature fitomorfe e zoomorfe protagoniste prendono il sopravvento in uno spazio dominato da una luce accecante, nella quale si consuma l’estasi di un universo sopravvissuto a quello antropico. Questi universi paralleli si presentano teatralmente volgendo lo sguardo verso una natura immensa e prorompente, una mater-matrigna dai toni intimi e romantici. I raggi crepuscolari che irradiano le scene lasciano un’aura di segretezza nella quale si scorgono creature controverse in atto di procreare e muoversi concatenando corpo e spazio e i copri stessi tra loro in spirali energiche prive di identificabilità. I bagliori di luce che invadono la tela sembrano giungere dalle eccentricità barocche intrise di un gusto per l’artificio e per la meraviglia, nelle quali lo stupore dell’osservatore conferisce maggiore libertà nelle soluzioni prospettiche ed illusionistiche risolte dalla dilatazione dello spazio.

 

I lavori di Scarabello partecipano alla costruzione di un altrove ideale nel quale i personaggi sembrano essere arrivati dalla storia passata. Il profilo equestre, il ritratto, la figura inserita nel paesaggio, rimandano alla figurazione celebrativa senza però aver mantenuto l’identificazione individuale dei soggetti. Nelle opere presentate si scorge la volontà di una narrazione, nella quale i soggetti occupano un posto nel palcoscenico del quadro, presenziano in una forma quasi plastica, che però dialoga con qualcosa di incorporeo e astratto. Le vedute paesaggistiche esibiscono scenari inesplorati che interagiscono con i protagonisti, umanoidi o pupazzi inseriti in contesti che sembrano quasi essergli estranei, nei quali pare siano capitati per caso e non c’è possibilità per loro di sottrarsi a ciò che gli accade. Scarabello recupera, in parte, una dimensione reale dello spazio, risolto in una profondità nella quale le figure si compiono in corpi semi-statuari dalla forma anticlassicista. È nelle sagome dei protagonisti che si respira la rievocazione dei ritratti di corte del tardo manierismo, Van Dick o Tiziano, spogliati però della regalità delle pose e della solidità sociale.

 

L’ora blu è un tempo di trincea che si rinnova in una dialettica circolare, che si apre alla realtà per un tempo piccolo, spalancando all’osservatore un altrove imperscrutabile che però si chiude lasciando negli occhi una visione irrisolta.

 

 


The L’ora Blu is a limbo, a time that separates the dark from the light, the moon time from the sun time. From this little moment of twilight a static and vague extension comes to life, where a new day begins and ends. L’ora Blu reveals untouchable worlds that germinate outside of an earthly space-time, a place of protection and revelation.

 

The artworks here exhibited live in this unresolved time, even if they begin from three different universes, they all have an enigmatic presence: in fact the three researches share a sense of mystery where figures are not recognizable and they have strong two-dimensional bodies built by strong and dense brushstrokes with non mimetic and emotional colour. The landscape has lost any reference point and depth, so there is an osmosis between the figures and the lush environment.  These parallel directions present a annihilation of form, enough to let subjects and objects tend to abstraction and melt their solidity into space. L’ora Blu is a sublimely altered reality that both attracts and reflects the transience of life and lives in these visionary atmospheres in which the eternal struggle between nature and humans finds an enchanted form.  In this context it is easy to find reference to historical painting genres as portrait and landscape, imbued with a Sixteenth-Seventeenth century culture that finds in the works of art displayed a new contemporary profile.

 

De Angelis’s portraits look like faded identity documents, the subjects, the waist-up or full-length figures, appear as fixed intermediaries, hieratic characters, between the real viewer’s world and a new unintelligible reality. The background is often out-of-context or becomes a proud and an enveloping nature. As blured old portraits, the actors stand in the middle of the space, and staring at us silently, they have a masked face without an individual physiognomy and their bodies lack the volume by using a flat and  unnatural colour. Confused subjects appear like helpless silhouettes closed in a monochrome display or mixed up with an undefined landscape. They are stuck in a silent waiting, probably they know something is going to happen, something has to happen suddenly with no warning, but no. Everything is still static and the atmosphere is thick. Landscapes are painted as gloomy shaded forests full of plant life inaccessible to the public because of dense brushwood made of highly tactile brushstrokes.

 

Pippa Gatty overturns the real world in place of a mystic fairy tale, a poetic, wild universe that blooms, developing in swirling eddies. Fitomorph and zoomorph elements are the main characters of a space ruled by a blinding light, in which grows the ecstasy of a post-anthropocentric world. These cosmos present themselves in a theatrical way looking towards a strong and endless Nature.  A “mater” or stepmother considered with an intimate and romantic perspective. Crepuscular flash irradiates the scene where a secrete halo suggests a presence of busy creatures moving and linking each other with the place and amongst themselves. A glimmer of lights seems to come from the eccentric baroque atmosphere where the prospective solution creates an altered space.

 

Scarabello’s works take part in building an ‘elsewhere’ space where his figures seem to come from the past.  The equestrian profile, the portrait, the human presence in a landscape echo a haughty and emphatic style of celebrative painting without identifying the subject. The narrative is present, the characters pose in a quiet plastic body on a stage, even though something abstract and disembodied maintains the dialogue with them. The undiscovered scenery interacts with these puppets or humanoid forms that look estranged from their surrounding.  Maybe they are there accidentally and surely obliged to remain and to accept what will happen to them. Scarabello rehabilitates, in a way, a real space dimension in which bodies appear in a partial statue of an anticlassical shape.

 

L’ora blu is a moment of liminality that repeats itself, it opens its universe to reality for a little while, showing a mysterious nowhere that lasts in the viewers gaze without been resolved .